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Livinallongo del Col di Lana

Provincia di Belluno - Regione del Veneto


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Prime tracce di vita

PRIME TRACCE DI VITA UMANA

Gli studiosi sono concordi nel ritenere possibile che non solo i versanti esterni, ma anche le più interne valli alpine, e fra queste le valli ladine e anche quella di Livinallongo, siano state abitate in tempi antichissimi.

Genti sparse, stanziate originariamente in pianura o nei rilievi prealpini, che incalzate da altre, dovettero trovare rifugio in siti pressoché inaccessibili. Dapprima, e certamente per molto tempo, non si trattò di insediamenti stabili, di popolazioni vere e proprie, bensì di nuclei più o meno isolati e sparsi, o più semplicemente di cacciatori occasionali, di passaggio.

Secondo leggendarie narrazioni, ancor oggi assai vive, gente rozza e barbara, i "Salvàgn" o "Salvàns", viveva in grotte naturali o in semplici capanne fatte di rami intrecciati, pressoché sepolte nelle immense foreste, e vestivano pelli di lupi e di orsi e si nutrivano di radici, erbe e selvaggina, e solo nel rigore dell'inverno scendevano con le loro mogli, le “Salvères” o "Vivènes" o "Ganes", fra i valligiani ove erano bene accorti e nutriti perché si trattava di uomini pacifici ed innocui.

Secondo una probabile interpretazione storica, sulle Alpi l’uomo primitivo non tardò ad apparire alla fine dell’era quaternaria, quando cioè le grandi vallate si resero percorribili ed abitabili col progressivo ritiro dei ghiacciai.

Ancora nell’epoca mesolitica (VIII -V millennio a.C.) e forse anche prima, (l'uomo, partendo dalla pianura prese a salire a ritroso il corso dei fiumi inoltrandosi nella catena alpina. Si fermò dapprima sui rilievi prealpini, poi avanzò sempre più profondamente, cercando altra selvaggina ed esercitando anche la pesca. Questi uomini primitivi, venuti dal mezzogiorno, appartenevano alla popolazione dei Liguri, rozzi cacciatori nomadi, che nel settore orientale delle Alpi giunsero fin nel bacino medio del Piave ed in quello dell’Adige e più tardi in quello dell’Isarco, certamente fino ai passi dolomitici.

Quasi contemporaneamente ai Liguri, genti Illiriche, risalendo il corso della Drava, occuparono la Pusteria, scendendo poi lungo l'Isarco ed incontrandosi con i primi.

Forse già al principio dell’età del bronzo (2000 a.C.) avevano preso avvio le primitive relazioni commerciali attraverso il Brennero e Resia.
Fu seguendo le valli alpine settentrionali che calarono in Italia i Proto-Italici, che alla civiltà della pietra sostituirono quella del bronzo, ed inaugurarono le stazioni lacustri, delle palafitte o terramare.

Furono essi ad avere le prime sedi stabili, a fabbricare oggetti casalinghi e ad occuparsi dell’agricoltura. Durante l’età del bronzo si assistette ad un ulteriore sviluppo della lavorazione del metallo: oggetti appartenenti all’età del bronzo e del ferro sono stati rinvenuti infatti nei sepolcretti di Rocca Pietore; una lapide sepolcrale con una iscrizione etrusca o illirica, rimasta indecifrata, è stata trovata nel 1866 sul Monte Pòre. La sua esistenza dimostra come in quella montagna sopra il caseggiato di Larzonei, vivessero popoli preesistenti ai Romani, e già relativamente colti che conoscevano le lettere.

Ai Proto-Italici subentrarono forse gli Etruschi coi quali si fusero. Cacciati dalle loro sedi della pianura padana in seguito all’invasione dei Galli, gli Etruschi si rifugiarono nella catena alpina lasciando diverse inscrizioni della loro lingua ancora indecifrata.

Fu poi la volta dei Celti o Galli (come li chiamavano i Romani) che fin dalla preistoria avevano invaso l’alto bacino danubiano e la pianura Padana. Intelligenti e gagliardi, vivevano però di rapina, e dove passavano lasciavano morte e miseria.

Fu appunto davanti a loro che le popolazioni originarie ripararono nelle vallate alpine che davano sicurezza ed erano anche facilmente difendibili.

È accertata comunque una infiltrazione gallica fra il IV e il V secolo a.C. anche nelle valli dolomitiche: ed infatti i Galli Cenomani, spintisi nella Valle dell’Adige, assorbirono le popolazioni che vi si trovavano e si addentrarono nelle valli laterali, raggiungendo anche elevate altitudini. Ma non riuscirono ad espandersi molto a oriente ove i Veneto-Illirici posero freno alla loro avanzata.

I centri abitati di queste popolazioni barbare dell'età del bronzo erano posti in luoghi facilmente difendibili, per assicurarsi dalle invasioni dei nemici. Lungo il fianco delle montagne, sulle colline, vi erano i cosiddetti “Castellieri”, aventi tutti le stesse caratteristiche: un colle, che permetteva un facile accesso da una parte sola, circondato da un profondo fosso, più tardi da un muro di rozza pietra, entro il cui perimetro in caso di pericolo si rifugiavano uomini e bestiame.

La Valle dell’Adige era stata analogamente fortificata con una lunga serie di villaggi recintati di mura col sistema italico degli “oppida”, ciascuno dei quali veniva occupato da una associazione di famiglie legate da una comunanza di origine. Anche a Livinallongo sono rimaste tracce di castellieri, o per lo meno tali si ritengono quelle rinvenute sotto i dirupi del Col di Lana, nelle vicinanze del casale di Sief e di Arabba alle falde del Monte Burz.

Le genti sopra citate non erano popolazioni vere e proprie, ma soltanto tribù più o meno numerose, probabilmente delle rozze comunità. Quando i Romani vennero a contatto con queste popolazioni, le identificarono col nome di “Reti”, nel senso generico di popoli alpini, e “Rezia” fu chiamato il territorio centrale delle Alpi.

I Reti non erano un popolo unico, unito, di “civiltà retica”, ma si trattava in effetti di genti diverse, affini per origine e lingua, ma indipendenti fra foro. Ogni vallata costituiva infatti una comunità separata dalle altre.

Nelle Valli del Piave e del Cordevole vi erano gli Euganei, ai quali appartenevano gli Aguntini nella Valle di Agordo, i Caturgi nella Valle di Cadore e di Ampezzo, i Zaurni nella Valle di Zoldo ed i Culici nella Valle superiore del Cordevole, cioè in Livinallongo. È certo che non si tratta più di gente nomade, ma di popolazioni ormai dedite all’agricoltura ed alla pastorizia, di religione pagana, e che pare abbiano occupato anche la Valle di Livinallongo.

(tratto dal Libro d’Onore del Comune di Livinallongo del Col di Lana)

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