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Livinallongo del Col di Lana

Provincia di Belluno - Regione del Veneto


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L'epoca feudale

CON L’EPOCA FEUDALE, IL DOMINIO DEI PRINCIPI VESCOVI DI BRESSANONE

Mentre nei bassi secoli dell’Impero le valli ladine godevano piena libertà a motivo della loro posizione appartata, furono successivamente introdotti dei grandi cambiamenti nel loro stato in conseguenza delle invasioni dei popoli nordici nell’Impero Romano.

Dopo essere stato incoronato imperatore romano, Carlo Magno abolì i ducati, o meglio a divise in “Contee", che vennero date ai conti e in “Marche", queste ultime ai confini dell'Impero che furono assegnate ai marchesi.

Caratteristica della nuova organizzazione era la grande proprietà terriera che diede origine al regime feudale. Le città andavano perdendo i loro privilegi politici e la stessa importanza economica. Nelle campagne sorgevano palazzi e castelli, sontuose dimore di nobili signori.

Il regime carolingio conferiva al re il possesso dei pascoli, dei boschi, delle miniere e delle acque, e di tutto il resto; tutto il territorio era considerato di sua proprietà, piena ed assoluta, ma in pratica il re concedeva una parte dei suoi beni in beneficio o in feudo ai suoi guerrieri per assicurarsi, in caso di bisogno, l’assistenza militare.

Il re restava comunque signore assoluto, ma governava da lontano, e considerate le impossibili comunicazioni del tempo non governava affatto.

A comandare era il “vassallo”, quello cioè investito del feudo. Ma anche lui per le stesse ragioni, concedeva con il medesimo scopo e gli stessi obblighi, le terre ai guerrieri minori, i “valvassori”. Vigeva inoltre la servitù della gleba”, per la quale i contadini erano legati alla terra ed ai fondi, e ne seguivano le sorti secondo la volontà del padrone.

Le condizioni dei servi non erano però insopportabili, perché in sostanza i signori avevano bisogno delle loro prestazioni se volevano ricavare dar terreno i suoi frutti.

Molti e vasti feudi furono concessi a mense vescovili, a conventi e monasteri. L'odierno Tirolo nel Medioevo, era in gran parte nelle mani di ecclesiastici: dei vescovi di Coira, di Trento, di Bressanone; dei monasteri di S.Candido, Novacella, Sonnenburgo ed altri ancora.

La Valle di Livinallongo apparteneva al principato vescovile di Bressanone, istituito con diploma di Corrado il Salico e ampliato dall'Imperatore Enrico IV che infeudò ad Albuino, vescovo di Bressanone, la contea del Norico e la Pusteria. Il dominio temporale dei vescovi di Bressanone era così cresciuto, in forza di imperiali diplomi, che nel loro territorio, al pari dei duchi e dei conti, essi erano principi assoluti.

Costoro esercitavano, infatti, il mero e misto imperio senza alcuna limitazione, legiferavano e giudicavano nelle cause civili e criminali, imponevano censi e tributi, esigevano il pedaggio dai viandanti, i dazi sul bestiame e sulle merci che passava per il foro dominio, sfruttavano le miniere, coniavano monete, avevano la potestà suprema sui beni e sulla vita dei loro sudditi.

I vescovi e i prelati intenti a conservarsi nelle giurisdizioni i privilegi acquisiti, pensarono di conquistarsi l’appoggio di potenti fautori e difensori. Concedevano perciò a persone di alto affare parte dei loro terreni e castelli in feudo. Questi personaggi erano dei più ricchi, dei più potenti dei circonvicini luoghi: si chiamavano “Avvocati” perché dovevano trattare di affari civili del prelato e difenderlo.

I vescovi di Bressanone avevano per loro avvocati i conti del Tirolo. I vescovi e i prelati, proprietari di grandi possedimenti, li spartivano e assegnavano ragguardevoli appezzamenti, con i loro castelli, in feudo a famiglie signorili: tali vassalli si chiamavano “ministeriali”

Tra i ministeriali della mensa vescovile di Bressanone, che ebbero relazione col distretto di Livinallongo, troviamo le nobili famiglie dei Rodank, dei Schoeneck, degli Avoscani, degli Stecconi, ecc..

Carlo Magno e i successivi imperatori avevano legato, oltreché ai grandi ecclesiastici ed ai laici, anche a chiese e monasteri, terre e persino contee: così avvenne anche per la Chiesa di Bressanone.

Ma Corrado II il Salico, creò a Trento e Bressanone due principati ecclesiastici che univano alla dignità vescovile anche quella di principe territoriale, allargando così al potere le sue prerogative e attribuendogli per la prima volta compiti amministrativi e politici. Suo intento era quello di consolidare le basi dell’Impero al confine fra l’Italia e la Germania e rendere sicura la strada che per la Valle dell’Isarco e la Valle dell’Adige univa la capitale dell’Impero alla capitale spirituale universale, Roma.

E ciò si rese necessario poiché scarso assegnamento si poteva fare sui feudatari turbolenti, mentre poco o tanto si poteva contare sulla fedeltà dei vescovi.

Con solenne diploma del 31 maggio 1027 fu così costituito il principato di Trento, e una settimana dopo, il 7 giugno, quello di Bressanone. Corrado II nominò principe Hartwigo, vescovo di Bressanone, ed alla sua chiesa donò la contea della “Valle Norica” (Gau in Norital), che si estendeva dal basso Inarco alla vallata transalpina dell’Inn, e dalla Val Venosta all’Alta Valle del Cordevole, cioè al territorio di Livinallongo.

Località livinellesi sono menzionate, forse per fa prima volta, in un documento del 1005 che definisce esattamente i confini della contea della Pusteria.

A quell’epoca la Punteria, la Valle Norica, la contea di Bolzano, il ducato di Trento, l’Agordino, con Livinallongo, e il Cadorino, con Ampezzano, formavano la gran contea di Verona. Così come l’Ampezzano, per la sua posizione naturale, apparteneva ai signori del Cadore, anche Livinallongo, per la sua posizione naturale, avrebbe dovuto far parte dell’Agordino ed essere quindi soggetto a Belluno. Ma in un privilegio del Papa Lucio III concesso a Gerardo vescovo di Belluno, venivano nominati minutamente tutti i distretti, castelli e villaggi su cui si estendeva la giurisdizione spirituale e temporale del vescovo di Belluno.

Se attorno al Mille Livinallongo non apparteneva alla contea della Pusteria né era soggetto ai Bellunesi bisogna concludere che fosse incorporato alla contea della “Valle Norica” e che in forza del diploma del 1027 giungesse sotto il dominio temporale del vescovo di Bressanone.

È attorno a quest’epoca che prese grande impulso la colonizzazione del territorio, che peraltro poteva avvenire sola col benestare dei vescovi, i quali vi trasferirono e trapiantarono coloni dalla Valle d’Isarco e dalla Pusteria.

Fu così iniziato il dissodamento dei terreni, anche qui con quel fervore di attività per la conquista di nuovo spazio all’agricoltura, che caratterizzò la rinascita europea e italiana subito dopo il 1000.

Intorno al 1141 il Beato Hartmanno, che regnava sul vescovado, fondò nelle vicinanze di Bressanone il convento di Novacella che grazie alla munificenza dei fondatori e di altri benefattori acquistò in seguito grandi possessi nel territorio di Livinallongo. Contemporaneamente (1142) il vescovado donava al convento un maso detto "Puchberc", “mansus Puchberc qui dicitur Wersil” (Fursil), vendutogli dal nobile Vantero, che aveva bisogno di denaro per poter partecipare alla seconda Crociata.

È questo il primo documento che riguarda gli insediamenti di Livinallongo, e si riferisce al territorio di Colle Santa Lucia, ed è all’incirca contemporaneo alle prime sicure notizie che possediamo sugli insediamenti a carattere stabile nelle altre valli ladine.

Già nel 1177 una doppia conferma papale ed imperiale garantiva al convento di Novacella ogni diritto e proprietà su quel maso, e così pure le successive elargizioni. Tre masi vennero infatti dati allo stesso convento nel 1159 da un Rudolf "miles de Silwin”, ed un altro da un certo Ruoderogus “de Villa Sancti Martini” nel 1180 nello stesso territorio.

Curioso è il fatto che a Colle Santa Lucia, la località più distante dalla Valle d’Isarco e la meno facilmente accessibile, si trovino i casali di più antica formazione, più antichi di quelli stessi di Pieve e di Arabba, e all’incirca contemporanei ai casali della Val Badia e della Val Gardena.

Non si può spiegarne la ragione se non ritenendo che alla curia vescovile premeva popolare per prima questa zona di confine e render così più sicuro il resto del territorio. Ma anche gli insediamenti nel territorio di Pieve di Livinallongo avvennero a breve distanza di tempo: e lo dimostra il fatto che originariamente i dialetti, neolatini, di Pieve e Colle non presentavano differenze, che si verificarono morto più tardi.

Il convento di Novacella finì in seguito con l’entrare in possesso di diversi altri masi, che via via dal XII secolo alla fine del Quattrocento raggiunsero il numero di 23, di cui 15 a Colle Santa Lucia. Tutti gli altri masi appartenevano al vescovo di Bressanone al quale spettava anche l’amministrazione dell’intero territorio come pure la responsabilità del popolamento e della sua colonizzazione.

A parte i principi ecclesiastici e laici che risiedevano lontano, è interessante esaminare quale era l’organizzazione economica, essenzialmente agricola, di queste valli alpine, quale si era determinata con le invasioni barbariche, con l’aggravarsi della crisi economica in seguito alla dissoluzione dello Stato romano e con la situazione di enorme disordine.

Si trattava di un'organizzazione estremamente semplice, autarchica e chiusa, basata esclusivamente sul lavoro dei contadini. Questi ultimi non possedevano all’epoca alcuna terra, e anche se “liberi coloni”, rimanevano pur sempre vincolati al fondo. Gli altri appartenevano ad una classe sociale ben definita, quella dei servi della gleba, che costituivano gran parte della popolazione.

Ai servi non era nemmeno concessa la libertà di matrimonio. Essi venivano comprati e venduti assieme alla terra che lavoravano. Potevano tuttavia essere venduti singolarmente, o anche dati in pegno, o scambiati con altri, sempre con regolare atto notarile. E questo fino a tutto il XIV secolo e anche oltre.

Le condizioni dei servi della gleba erano a dir poco miserabili: vivevano in capanne di legno, coperte di frasche e di creta, veri tuguri formati da un unico ambiente, senza vetri, fumoso perché la cucina era nel mezzo e senza camino; un solo giaciglio di paglia per tutti. I servi non godevano né  di diritti civili, né di avvocati, né di tutori; lavoravano nei masi o nelle ville.

Il maso era costituito da una casa padronale che con gli edifici rustici formava una corte, nonché da prati, pascoli, campi e boschi annessi.

La casa del padrone, costruita in legno su un basamento in muratura, era vasta, spaziosa e coperta di scandole.

Alla fine del XIV secolo la maggioranza dei livinellesi apparteneva alla classe dei servi, e del resto la maggior parte dei masi, e quindi dei terreni, era nelle mani di padroni forestieri. Questi formavano la classe degli uomini “liberi, a loro volta dipendenti dal principe. I liberi erano proprietari di masi, tenute e singoli castelli, di cui potevano liberamente disporre, come dei loro servi, avevano insomma pienezza dei diritti civili”.

Alla classe dei liberi appartenevano pure i liberti, cioè quelle persone nate da servi, che per grazia del padrone, o per riscatto in denaro o altri meriti, avevano ottenuto la libertà.

A sua volta il principe apparteneva alla classe dei nobili, che si componeva dei grandi dell’Impero,  ecclesiastici o secolari, possessori di estesi allodi sui quali avevano il diretto dominio e piena giurisdizione.

Le condizioni del popolo andarono cambiando radicalmente nella seconda metà del XIV secolo in seguito alla peste che causò una terribile strage anche nella Valle di Livinallongo. La “peste nera”, così detta perché scoppiata in Siria, Palestina ed Egitto, era stata portata in Italia nel 1349 da mercanti genovesi. Durò pochissimo, ma solo nel Bellunese morirono di peste i due terzi della popolazione.

Nella Valle ai Livinallongo una conseguenza del morbo fu in breve tempo l’affrancazione delle servitù della gleba. La classe dei servi era rimasta particolarmente decimata, moltissimi terreni rimasero senza contadini e quindi incolti, ed i padroni furono costretti ad alienare i masi, oppure a procurarsi dei contadini, chiamati “ligi”, che senza essere completamente liberi godevano tuttavia di grandi franchigie.

Ma i padroni erano quasi tutti tedeschi, e non potendo valersi di coloni nazionali, abbandonarono i loro terreni al primo compratore, e cioè Corrado Stuck, che ritroveremo signore di Andrai. Lo Stuck si fece padrone di quasi tutti i terreni e masi di Livinallongo, li consegnò a famiglie del paese, e tentò di legarle alla servitù della gleba, riuscendoci, ma per poco tempo; nel 1352, infatti, Ludovico, marchese di Brandeburgo e Conte del Tirolo, d’accordo con Matteo, vescovo di Bressanone, abolì definitivamente la servitù della gleba.

E il provvedimento, che fu graduale per non creare improvviso disordine e troppa confusione in un ordinamento secolare, recò grandi benefici, non solo alle famiglie, ma anche all’agricoltura ed all’economia dell’intera vallata.

(tratto dal Libro d’Onore del Comune di Livinallongo del Col di Lana)

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